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FEDERUNACOMA: VISTOSI INCREMENTI NELLE IMMATRICOLAZIONI DI MACCHINE AGRICOLE

Nel primo trimestre dell’anno le vendite di macchine agricole registrano, in Italia, una crescita molto consistente. I dati sulle immatricolazioni, elaborati da FederUnacoma sulla base delle registrazioni fornite dal Ministero dei Trasporti, indicano incrementi vistosi per tutte le tipologie di mezzi.

Le trattrici crescono del 57,7% rispetto al primo trimestre dello scorso anno, con quasi 6 mila unità immatricolate, le trattrici con pianale di carico si incrementano del 21,5% in ragione di 147 unità, i rimorchi segnano un attivo del 37,4% a fronte di oltre 2.100 unità, i sollevatori telescopici dell’86,3% con 380 unità immatricolate e infine le mietitrebbiatrici raggiungono un incremento del 180% sia pure riferito ad un numero di macchine ancora piuttosto contenuto (56 unità).

Il dato, nettamente positivo, dipende in certa misura dal recupero rispetto al passivo del primo trimestre 2020, condizionato dall’insorgere della pandemia e dal rallentamento delle attività, ma soprattutto dagli incentivi fiscali – quello per le tecnologie con dispositivi 4.0 e quello della Legge Sabatini per l’acquisto di beni strumentali – ai quali le imprese agricole hanno fatto ampio ricorso.

Il differenziale tra il primo trimestre dell’anno scorso e quello dell’anno attuale è particolarmente accentuato per le trattrici, che nel primo quarto del 2020 segnavano un passivo del 14,6% e che balzano come detto ad un +57,7%, e per i rimorchi (da -17,4% a +37,4%).  I sollevatori telescopici, l’unica tipologia che nel primo quarto del 2020 aveva registrato una crescita (+9%), balzano nel trimestre di quest’anno a +86,3%.

“L’impennata delle vendite dimostra ciò che abbiamo sempre sostenuto – commenta il Presidente di FederUnacoma Alessandro Malavolti – cioè che esiste nel nostro Paese una domanda potenzialmente elevata di tecnologie di nuova generazione, una domanda che rimaneva però inespressa in mancanza di un efficace sistema di incentivi”. “Dalle informazioni di cui disponiamo risulta ancora poco utilizzato, purtroppo, lo strumento del PSR – aggiunge il presidente dei costruttori – che auspichiamo possa essere semplificato e reso sempre più accessibile per le imprese agricole, perché rappresenta un supporto strutturale quindi di lungo periodo, così come dovranno esserlo gli incentivi del Piano Nazionale Ripresa e Resilienza, dove la meccanica agricola si pone come strumento fondamentale per la transizione ecologica e digitale”.

COME RIDURRE L’IMPATTO AMBIENTALE NELLA PRODUZIONE DI ERBA MEDICA

di Anna Mossini,  ARGA Emilia Romagna Marche Umbria

Qual è il contributo che le colture foraggere come l’erba medica possono dare alla mitigazione del clima? È possibile elaborare processi produttivi che riducano le emissioni generate dalla sua coltivazione?

Queste e altre domande troveranno risposta durante il web meeting che si terrà venerdì 23 aprile 2021, a partire dalle ore 15:00, nel corso del quale verrà presentato il progetto Medi-C-A-Rbonio, (acronimo di contabilizzazione delle emissioni e sequestri del carbonio nel processo produttivo del foraggio da prato di erba medica per valutarne il contributo alla mitigazione dei cambiamenti climatici) realizzato nell’ambito del Programma di sviluppo rurale 2014-2020 della Regione Emilia Romagna che vede coinvolti l’Associazione Italiana Foraggi Essiccati (AIFE) con sede a Ravenna e il Centro ricerche produzioni animali (CRPA) di Reggio Emilia.

Gianluca Bagnara, presidente di AIFE

Il web meeting si terrà sulla piattaforma zoom e la partecipazione è gratuita previa registrazione a questo link: https://filieraitalianaforaggi.it/iscrizione dove è anche consultabile il programma dell’evento.

“Il progetto è partito lo scorso anno pur con tutte le problematiche dettate dalla pandemia – spiega il presidente di AIFE, Gianluca Bagnara – siamo comunque riusciti a dare un buon impulso

alle attività previste insieme ai colleghi del CRPA e soprattutto stiamo registrando un grande interesse da parte di tutti i nostri associati. L’obiettivo del progetto è quello elaborare una serie di plus di compatibilità ambientale dei foraggi prodotti e commercializzati dai soci AIFE per arrivare successivamente alla made green in Italy, una certificazione ecologica di prodotto rilasciata dal ministero dell’Ambiente che riteniamo fondamentale sia in termini di valorizzazione del territorio che di strumento indispensabile per aumentare la nostra competitività sul mercato internazionale”.

Con circa 30 impianti di trasformazione dove viene conferita l’erba medica prodotta su 90mila ettari di superficie distribuiti tra Emilia Romagna, Marche, Veneto, Lombardia, Lazio, Umbria, Toscana e Abruzzo, AIFE rappresenta il 90% della filiera italiana dei foraggi essiccati e disidratati con una produzione di circa 800.000 tonnellate/anno pari al 10% della totalità produttiva nazionale, posizionandosi seconda a livello europeo dopo Spagna e Francia (rispettivamente a 1,3 milioni e a 730mila tonnellate).

Al web meeting del 23 aprile prossimo parteciperanno l’onorevole Paolo De Castro del Parlamento europeo; la dottoressa Maria Teresa Pacchioli del CRPA; il professor Angelo Frascarelli dell’Università di Perugia; il dottor Germàn Giner Santonja dell’European Integrated Pollution Prevention and Control Bureau; il dottor Nicola Di Virgilio della DG Agri alla Commissione europea; la dottoressa Sara Cortesi dell’Enea.

PRODUTTORI VINICOLI DELLA SPEZIA, IL MINISTERO LI RICONOSCE NEL CONSORZIO

Il Presidente Andrea Marcesini e il direttore di tutti i produttori coinvolti Giorgio Baccigalupi

di Guido Ghersi, Arga Lombardia Liguria

Nella provincia della Spezia, durante il travagliato anno 2020, finalmente il “Consorzio dei produttori vinicoli della Liguria” che unisce le uve delle “Colline di Levanto e Cinqueterre” a quelle dei “Colli di Luni“, ha ufficialmente ottenuto il riconoscimento da parte del Mipaaf.

Il Ministero per le Politiche Agricole e Forestali, attraverso il dirigente Oreste Gerini, ha firmato il 7 aprile 2021 il decreto diventato ufficiale dopo la pubblicazione sulla “Gazzetta Ufficiale”.  Sottoscritte ben 498 etichette così suddivise: 310 “Colli di Luni“, 93 Liguria di Levante, 73 “Cinque Terre” e 19 “Colline di Levanto“, portando i produttori vinicoli al 97%.

“Quando la volontà di molti si unisce, si ha sempre più forza ed autorevolezza di fronte ai consumatori perchè è dalla collaborazione che nascono i progetti migliori” ha dichiarato il Presidente Andrea Marcesini, esprimendo così la filosofia alla base del Consorzio che, per il suo operato,conta sulla proficua collaborazione con l’Enoteca Regionale della Liguria” e che ha trovato in ARG Lombardia Liguria- Associazione interregionale di giornalisti agroambiente & food un convinto e disinteressato partner per la comunicazione.

GAL TIRRENICO MARE MONTI E BORGHI: UN PROGETTO DI CONOSCENZA DEL TERRITORIO

di Federica Pascale

L’attività del GAL per il 2021 riparte, in corso d’opera, all’insegna del rinnovamento di parte della sua Governance per intervenute dimissioni del precedente Presidente, dott. Roberto Materia, già sindaco del comune di Barcellona Pozzo di Gotto e che ha retto il GAL a partire dalla sua costituzione raccogliendo la fiducia, per due mandati, da parte di tutti i soci.

Il nuovo presidente ed il suo vice, votati dall’assemblea, sono il dott. Girolamo Bertolami, sindaco di uno dei comuni soci del GAL e aderente al club dei “Borghi più belli d’Italia”, ed il dott. Michele Cappadona, presidente di AGCI Sicilia, organizzazione di cui fanno parte circa 1.200 cooperative siciliane. Con le nuove cariche il GAL continua ad rimanere allineato sia alle norme del processo europeo LEADER, che obbliga al rispetto degli equilibri tra pubblico e privato con la prevalenza percentuale del settore privato nella Governance, sia  alle nuove delibere dell’ANAC in merito al rispetto, da parte delle amministrazioni pubbliche, degli enti pubblici e degli enti di diritto privato in controllo pubblico come i GAL, delle disposizioni di cui al d.lgs. 8 aprile 2013 n. 39, in tema di inconferibilità e di incompatibilità degli incarichi  per i comuni con popolazione superiore ai 15.000 abitanti.

La nuova stagione del GAL Tirrenico parte all’insegna di un nuovo afflato tra i suoi gruppi di interesse, ricercato e voluto a partire dal settore privato, per il rilancio dell’Organismo Intermedio alla luce della necessità di superare il periodo di emergenza CoVid-19 anche con nuove azioni da inserire nel Piano di Azione Locale a favore dei settori economici in difficoltà e per la nascita ed il supporto di nuove realtà imprenditoriali in una logica di “diversificazione” dell’attività agricola. In tal senso, l’Ufficio di Piano, retto dal direttore arch. Roberto Sauerborn coadiuvato dal RAF, dott. Franco Machì, è già al lavoro per affinare una Variante al PAL secondo le nuove linee guida che l’AdG FEASR regionale ha inviato alla fine di febbraio 2021 con cui ha suggerito  a tutti i GAL siciliani di inserire nelle rimodulazioni dei PAL delle “azioni di sostegno alla sostenibilità eco-ambientale e alla biodiversità oltre al supporto, per quanto possibile, per le iniziative ad investimento”.

In realtà, il PAL del GAL Tirrenico è già fortemente declinato su tali aspetti e la rimodulazione intende potenziare ancor di più tali aspetti tralasciando, per il momento, azioni che il periodo pandemico rende impossibili o fortemente a rischio per la salute pubblica, come le iniziative, peraltro fortemente vietate dalle misure anti covid-19, che prevedono stretti contatti interpersonali con il conseguente aumento del rischio contagio. Così, tra le altre misure di cui parleremo in un’altra occasione, viene potenziata una azione, già prevista, destinata alla nascita di un “Centro di Interpretazione/Museo Diffuso” a cui saranno chiamati a partecipare, innanzitutto, i comuni del GAL. Il territorio del GAL Tirrenico Mare Monti e Borghi, infatti, è caratterizzato da una consistente presenza di centri storici, di attrattori culturali e di strutture potenzialmente vocate anche alla ricettività extra alberghiera (bagli, borghi rurali, etc…).

In assenza di una azione di coordinamento, che il GAL invece si propone di attuare, tali peculiarità risultano inefficaci e non riconoscibili ai fini della fruizione da parte dei turisti. La conoscenza del territorio, infatti, è una necessità per attivare interventi adeguati per l’offerta del territorio e per una corretta gestione degli stessi.

Così, sarà dato avvio ad un “Progetto Conoscenza del Territorio” a cui può contribuire la realizzazione del Museo Diffuso del Territorio.

L’ODISSEA DEL CIBO DAL MARE ALLA TAVOLA, WEBINAR FORMATIVO IL 14 APRILE ALLE ORE 16:30

L’Accademia Nazionale di Agricoltura, convenzionata con Arga Emilia Romagna Marche Umbria, insieme alle Delegazioni bolognesi dell’Accademia Italiana della Cucina e alla Società Medica Chirurgica, promuovono un incontro formativo sul valore degli alimenti e la loro tracciabilità.

Tema: MOLLUSCHI E CROSTACEI

Appuntamento per mercoledì 14 aprile 2021 alle ore 16:30 su piattaforma a libero accesso senza iscrizione e limite di partecipanti al link: https://meet.jit.si/MERCOLEDIARCHIGINNASIO

Dopo i saluti delle autorità accademiche e con il coordinamento di Rosanna Scipioni, interverranno: Oliviero Mordenti del Corso di laurea in Acquacoltura di Cesenatico, Corrado Piccinetti del Laboratorio di Biologia Marina e Pesca di Fano e Atos Cavazza dell’ Accademia Italiana della Cucina.

Si consiglia l’utilizzo di Google Chrome per una migliore visualizzazione.

 

LA REGIONE SARDEGNA RIBADISCE IL SUO PERENTORIO “NO” ALLE SCORIE NUCLEARI

di Maurizio Orrù, segretario ARGA Sardegna

La tutela dell’ambiente è un fattore importante e trainante nell’animo e nelle aspettative dei sardi. Ma spesso, per molteplici fattori, questa considerazione, non è al centro della agenda politica regionale. Situazione che crea (e ha creato) problemi e malcontento assai diffusi tra la popolazione isolana. A tale riguardo illuminante è l’annosa problematica delle scorie nucleari in terra sarda.

La Sardegna ancora una volta, ribadisce il suo perentorio “No” alle scorie radioattive e nucleari. Questo giudizio netto e deciso è ribadito dal popolo sardo in occasione del Referendum consultivo che si svolse nei giorni del 15/16 del 2011, quando il 97% dei sardi si espresse contro la possibilità di realizzare un deposito di scorie nucleari. Prima ancora, nel 2003 il Consiglio regionale della Sardegna si preannunciava a favore di una legge regionale che vietava il transito e la permanenza di prodotti nucleari non prodotti nel territorio della Sardegna. Nel corso del tempo, molteplici le adesioni e i documenti politici prodotti dalle associazioni ambientaliste, partiti politici e movimenti, che hanno confermato la loro contrarietà allo stoccaggio radioattivo isolano. Questa preoccupazione nasceva all’indomani dell’individuazione di 14 siti, su 67 indicati nel territorio nazionale, per realizzazione del deposito unico di rifiuti nucleari in Sardegna. Infatti secondo l’autorevole parere del CNAPI (Carta nazionale delle Aree potenzialmente idonee) risultano interessate 4 aree della Provincia di Oristano e 10 nel Sud Sardegna. Secondo il parere del Presidente della Giunta regionale Christian Solinas: “L’intero territorio regionale appare non idoneo ad ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi italiani, sia per l’aggravio dei costi legati al trasporto via mare dei rifiuti stessi, che per i peculiari pericoli per l’ambiente marino e costiero, e per la popolazione, derivante da potenziali incidenti durante le fasi di trasporto e stoccaggio”. “La Sardegna – prosegue Solinas– ha fatto da sempre, generosamente, la sua parte quando si è trattato supportare la Nazione e di tollerare dei sacrifici in nome del bene comune del Paese. Sia sufficiente ricordare, in quanto dato obbiettivo, riscontrabile e manifestamente sproporzionato, che circa il 65% di tutto il territorio nazionale asservito a scopi militari si trova in Sardegna”.  I sardi non vogliono diventare “la pattumiera del Mediterraneo,” ovvero una discarica di materiale altamente radioattivo ed inquinante fattore scatenante di malattie oncologiche. Sarebbe oltremodo penalizzante per la Sardegna, sede di possibile stoccaggio radioattivo, una minaccia per la propria vocazione turistica e ambientale, con una biodiversità unica al mondo, ed incompatibile con un deposito nucleare. “Ma la mobilitazione civile -dice ancora il Presidente Solinas– pacifica e democratica deve proseguire, interessando tutte le articolazioni della società sarda in una stagione di unità e di profonda coesione nel nome e per il bene della Sardegna”.

Politicamente la battaglia continua in tute le sedi istituzionali come i Ministeri, l’AIEA (Agenzia Internazionale Energia Atomica), I sindacati, le Università, le Regioni, le Provincie ed i Comuni interessati dalle proposte di CNAPI.   Attendiamo con ansia e trepidazione gli sviluppi ulteriori della vicenda.

IN BASILICATA UN‘AGRICOLTURA DI QUALITÁ CON LA FRAGOLA CANDONGA E LE ALTRE ECCELLENZE

Piccoli frutti lucani

di Rino Cardone, Associazione della Stampa della Basilicata

Ha raggiunto elevati standard qualitativi l’agricoltura in Basilicata: regione a forte vocazione agraria. Prodotto di punta è la ‘fragola candonga’ che s’impianta e si raccoglie nel metapontino. Si tratta di un frutto raggiunge i mercati già dai mesi di gennaio e febbraio. Il fatturato stimato di questa produzione agricola si aggira intorno agli 80 milioni di euro l’anno. Le coltivazioni assorbono molta manodopera: non solo locale ma anche proveniente dalle vicine regioni, Puglia e Calabria. Complessivamente sono 700 gli ettari impegnati, in maniera specifica, alla produzione della ‘fragola candonga’. A questa varietà si aggiungono, poi, altri 220 ettari dedicati ad altre cultivar. Sempre sulla fascia jonica lucana sono entrati, di recente, in produzione lamponi e piccoli frutti: ribes e mirtilli. Si tratta di produzioni svolte, in molti casi, fuori suolo. Coltivazioni eccellenti che stanno riscuotendo buoni apprezzamenti da diversi mercati nazionali ed esteri. La grande distribuzione organizzata è di casa, ormai da anni, in Basilicata: nel metapontino con le produzioni di fragole, agrumi, pesche e nettarine. E nell’area nord della Basilicata – a ridosso del fiume Ofanto – con le colture orticole, che rappresentano circa il 3% della superficie impegnata, globalmente, in Italia e altrettanto in termini di fatturato. Nelle aree interne – a forte vocazione agro pastorale – si coltiva l’olivo con trasformazione effettuata, per lo più, in loco. Nelle pianure si produce, invece, il grano. Questo accade: lungo il corso del fiume Bradano e sugli altopiani del Vulture. La vite ha avuto una discreta impennata di realizzazione di nuovi impianti dopo che la regione ha ottenuto quattro denominazioni di origine controllata: “l’Aglianico del Vulture”, le “Terre dell’Alta Val d’Agri”, il “Grottino di Roccanova” e il “Matera”. Nei territori montani del massiccio del Pollino, si sono aggiunte alle colture tradizionali (fagiolo bianco e melanzana rossa, di Rotonda) le coltivazioni di piante, di fiori e di erbe officinali, anche in questo caso trasformate sul posto. Nell’alta Valle dell’Agri la produzione della mela ha raggiunto modelli di qualità, paragonabili a quelli del Trentino Alto Adige. Nell’area del Marmo-Melandro si sta affermando la coltivazione del ‘peperoncino piccante’: apprezzato, alla pari, di un altro peperone, quello di Senise, che nulla ha a che fare con il sapore acceso della spezia autoctona di Satriano di Lucania. È a Picerno, Baragiano, Bella e Muro lucano che il comparto primario assume un altro volto: con più zootecnia e meno agricoltura. Elevato è il numero di stalle che insistono su questa porzione di territorio, che era un tempo vocato all’allevamento allo stato brado (specie per gli ovini) e che ora dispone, invece, di un gran numero di stabilimenti, dove la raccolta del latte raggiunge risultati sorprendenti: tanto per qualità e tanto per quantità raccolte. Colture innovative, come la produzione di nocciole e pistacchio, si trovano nella bassa Valle del Sinni e fanno il paio – in quanto a tipo di originalità – con tutte quelle cultivar che qua e là in Basilicata, provano a recuperare il valore della tradizione per ‘traghettarlo’ nel rispetto delle biodiversità.

CALABRIA: A PASQUA SOSTENIAMO GLI ALLEVATORI OVI-CAPRINI

di Claudio Venditti, ARGA Calabria

La Calabria conta su  un patrimonio zootecnico di 211.270 ovini con 7018 allevamenti e 118.980 caprini con 3921 allevamenti. Un comparto che tiene viva anche l’economia delle aree interne con un  interesse particolare, soprattutto negli ultimi anni, al latte sempre più richiesto sia in base alle “nuove” abitudini alimentari che per i formaggi tipici che stanno acquisendo prestigio sui mercati con una richiesta da parte dei cittadini-consumatori. 

“Occorre  un deciso impegno dell’intera filiera agroalimentare per la prossima Pasqua per sostenere la pastorizia che rischia di scomparire con l’abbandono di centinaia di famiglie che hanno fatto dell’allevamento il centro della loro vita. Gli animali custoditi negli allevamenti – commenta Franco Aceto presidente di Coldiretti Calabria – rappresentano un patrimonio che va tutelato e protetto anche perché a rischio non c’è solo la biodiversità delle preziose razze italiane, ma anche il presidio di un territorio dove la manutenzione è garantita proprio dall’attività di allevamento, con il lavoro silenzioso di pulizia e di compattamento dei suoli svolto dagli animali. Quando una stalla chiude si perde un intero sistema fatto di animali, di prati per il foraggio, di formaggi tipici e soprattutto di persone impegnate a combattere lo spopolamento e il degrado spesso da intere generazioni. La crisi economica generata dall’emergenza Covid ha reso ancora più urgente creare le condizioni affinché si contrasti la scomparsa delle campagne, garantendo un giusto reddito agli agricoltori e valorizzandone il ruolo ambientale. Di fronte ad una emergenza senza precedenti serve responsabilità con un “patto etico di filiera” per garantire una adeguata remunerazione dei prodotti agricoli e privilegiare nella distribuzione il Made in Italy a tutela dell’economia, dell’occupazione e del territorio come sostenuto dalla campagna di Coldiretti #mangiaitaliano.

La distribuzione commerciale ai vari livelli – aggiunge Aceto –  proprio per il suo ruolo di punto di approvvigionamento delle famiglie ha la responsabilità e l’opportunità di essere in prima linea in questa operazione di sostegno  anche attraverso l’acquisto dei tradizionali agnelli e capretti Made in Italy in vista della Pasqua, quest’anno attesa più che mai con la speranza di uno svolta nella guerra al Covid che consenta una forte ripresa economica e sociale”.

LE ARANCE ROSSE DI SICILIA ECCELLENZA ITALIANA NEL MONDO

di Egle Zapparrata

Un’ impresa in continua espansione per valorizzare, in Italia e nel mondo, i doni che la natura ha dato alla Sicilia. Nella parte orientale, alle pendici dell’Etna, gli agrumeti di Oranfrizer producono frutti d‘eccellenza. Merito di particolari condizioni microclimatiche, di escursioni termiche, di costanti cure agronomiche, di metodi di produzione sostenibili e costantemente aggiornati. Gli alberi sono sempreverdi, la zagara fiorisce rigogliosa, le arance continuano a maturare, rosse come la lava.

Nei suoi quasi sessant’anni di attività, prima con il fondatore Cavalier Giuseppe Alba e poi con i figli Nello e Alessandro, Oranfrizer è cresciuta tanto nella produzione che nella commercializzazione. Nel 2020 è entrata nel Gruppo Unifrutti, parte integrante di un progetto internazionale che ha trovato un nuovo spazio di eccellenza nella collaborazione con McDonald’s e con il Consorzio di tutela Arancia Rossa di Sicilia IGP.  190 tonnellate di prodotto si stanno trasformando in 270 mila spremute fresche disponibili anche per l‘asporto al McDrive e con McDelivery.

Grande soddisfazione hanno espresso Mario Federico AD di McDonald’s Italia, Gianluca Defendini CEO di Unifrutti Italia e Giovanni Selvaggi Presidente del Consorzio.

VERSO UN RECUPERO GREEN E RESILIENTE: CONTRO I CAMBIAMENTI CLIMATICI NON C’E’ VACCINO

di Martina Dorigo*

La crisi globale climatica continua a creare rischi senza precedenti per l’umanità. Eventi climatici estremi minacciano la sicurezza alimentare, incrementano il livello della povertà e contribuiscono anche alla difussione del virus. E così miliardi di persone stanno lottando per sopravvivere ad entrambe queste crisi, la sanitaria e la climatica. Tali problematiche su scalamondiale richiedono altrettante soluzioni coordinate a livello globale. 

Governance del clima

L’organizzazione che governa le politiche sul clima è davvero complessa. Nel 1988 l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Ambiente (UNEP) e l’Organizzazione Mondiale della Meteorologia (WMO nella sua sigla in inglese) diedero vita al Panel Intergovernativo sul Cambiamento Climatico (IPCC), organismo scientifico indipendente in materia di cambiamento climatico. Qualche anno dopo la nascita dell’IPCC, nel 1992 nasce il segretariato dell’Onu chiamato la Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamento climatici (UNFCCC).  A questa agenzia fanno riferimento tutti gli attori che lavorano per il Clima. Ogni anno dal 1992 tutte le parti si riuniscono alle Cop (Conferenza delle Parti) dove rappresentanti di tutte le nazioni discutono e cercano di trovare un consenso politico sui passi da fare per far fronte agli effetti negativi sul cambiamento climatico. Quest’anno l’Italia ospiterà la pre-Cop 26 ed assieme al Regno Unito i due Paesi punteranno sulla “transizione verde” in un ottica di sostenibilità, come affermato dal Presidente del Consiglio dei Ministri, Mario Draghi. Come si impegnano in pratica i governi delle singole nazioni ad adottare politiche volte ad investire su un programma ed un piano d’azione contro i cambiamenti climatici? Con la ratifica dell’accordo di Parigi sul Clima (Dicembere 2015), gli impegni dei singoli stati per il cambiamento climatico vengono definiti “Contributi Nazionali Determinati” (NDC nella sua sigla in inglese), ossia obiettivi per mantenere la crescita della temperatura globale entro i 2 gradi centigradi. Questi requisiti prevedono un bilancio globale ogni 5 anni per valutare i progressi collettivi verso il raggiungimento dello scopo dell’accordo e per informare ulteriori azioni individuali delle parti. Nonostante, ci sia stato un leggero decremento delle emissioni di gas effetto serra con la pandemia, se non si agirà in forma decisiva, il pianeta si incamminerà verso un aumento della temperatura superiore ai 3 gradi centigradi alla fine di questo secolo, come ha sottolineato Inger Andersen Direttrice Esecutivadell’UNEP. L’impegno politico si deve tradurre in investimenti su larga scala per far fronte ai cambiamenti cliamatici. Si calcola ci sia bisogno di circa 70 miliardi di euro annualmente a livello globale, prendendo in cosiderazione i bisogni e le priorità dei paesi in via di sviluppo, come sottolineato dall’UNFCCC. Un problema di solidarietà e di responsabilità, convalidato anche dall’Accordo di Parigi: le nazioni più sviuluppate economicamente, responsabili di gran parte delle emissioni globali, hanno il dovere di sostenere gli stati che hanno contribuito di meno al riscaldamento climatico, ma che ne stanno subendo il maggior impatto.

Mitigazione ed adattamento ai cambiamenti climatici

Quando si parla di investimento contro il cambiamento climatico si evidenziano due settori macro, che sono l’adattamento e la mitigazione. Metre la mitigazione si riferisce agli sforzi per ridurre le emissioni dei gas ad effetto serra, l’adattamento al cambiamento climatico, significa anticipare gli effetti avversi del cambiamento climatico e prendere azioni appropriate per prevenire o minimizzare l’impatto che può causare, e allo stesso modo significa approfittare delle opportunità che questo implica. Lo scorso 25-26 gennaio si è svolto il Summit sull’Adattamento Climatico ospitato dai Paesi Bassi, che ha visto la perticipazione di leader a livello mondiale come Angela Merkel, il Segretario Generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres (etc.), organizzazioni internazionali, il settore accademico, il settore privato, la società civile ed organizzazioni giovanili, i quali hanno sviluppato l’Agenda di Azione sull’Adattamento al Clima con piani specifici fino al 2030, la quale servirà come guida nei prossimi anni per accellerare gli investimenti per l’adattamento climatico.  Inoltre il summit ha facilitato la formazione di nuove coalizioni, quali quella liderata dal Primo Ministro del Regno Unito, Boris Johnson chiamata “Coalizione sull’Azione per l’Adattamento al Clima” con l’obiettivo di accellerare gli sforzi per trasformare l’impegno politico in azioni tangibili nei territori più colpiti per supportare le comunità più vulnerabili agli effetti sul cambiamento climatico.

I finanziamenti per il clima

Il finanziamento climatico indirizzato all’adattamento si estima raggiunga i 22 miliardi di dollari annualmente, mentre secondo un rapporto dell’Agenzia delle Nazioni Unite sull’Ambiente (UN Environment), le nazioni in via di sviluppo dovrebbero investire tra i 140 ed i 300 miliardi di dollari annualmente entro il 2030 per adattarsi ad uno scenario con un aumento della temperatura di 2° centigradi. Questo significa, come evidenziato dal Rapporto sul Gap dell’Adattamento Climatico (GAP 2016) che i costi estimati sono dalle 9 alle 19 volte piu’ alti che i livelli attuali del finanziamento pubblico internazionale all’adattamento. Ciò nonostante ricerca dimostra che gli investimenti per l’adattamento al cambiamento climatico e la resilienza hanno degli alti tassi di rendimento; ogni euro investito porterà dai 2 ai 10 euro in cambio. 

A livello globale, c’è sicuramente una maggiore coscienza dell’urgenza dell’ampliamento dei finanziamenti climatici, secondo questa linea le maggiori banche multilaterali per lo sviluppo ed alcune istituzioni hanno incrementato i loro obiettivi per il finanziamento climatico. Per citare due esempi, la Banca Mondiale ha annunciato a dicembre l’ambizioso obiettivo per un 35% di tutto il suo finanziamento destinato a generare co-benefici climatici nei prossimi cinque anni, sulla stessa linea l’Europa rispetto al 2013 ha più che raddoppiato i fondi raccolti per aiutare i paesi in via di sviluppo ad attenuare ed ad adattarsi all’impatto dei cambiamenti climatici. Infatti, L’UE, i suoi Stati membri (compreso il Regno Unito) e la Banca europea per gli investimenti costituiscono insieme il principale fornitore di finanziamenti pubblici per il clima ai paesi in via di sviluppo, con 23,2 miliardi di euro nel 2019, attraverso l’Alleanza mondiale contro il cambiamento climatico plus (GCCA+). I principali Fondi Internazionali per il Clima (meccanismi finanziari dell’UNFCCC), quali il Fondo Verde, il Fondo di Adattamento ed il Fondo Mondiale per l’Ambiente hanno finanziato complessivamente all’incirca 27 miliardi di euro e rivestono un altrettanto ruolo chiave nel finanziare progetti per l’adattamento o la mitigazione climatica nei paesi più vulnerabili, le cui condizioni di povertà delle componenti più fragili della società si sono acutizzate con la pandemia.

Una visione per il green recovery 

La crisi climatica e quella sanitaria sono interconnesse, dato che entrambe impattano negativamente il benessere ed i mezzi di sussistenza delle popolazioni, ed in particolar modo quelle più vulnerabili. Alla luce di ciò gli investimenti per il recovery devono essere mirati ad affrontare entrambe queste crisi e soprattutto i piani di green recovery devono incorporare la resilienza e l’adattamento al cambiamento climatico come elementi transversali. Inoltre c’è un opportunità per ampliare gli investimenti nelle soluzioni basate sulla natura (Nature-based solutions), perchè ecosistemi sani sostengono intere economie e società: forniscono cibo, sostengono i mezzi di sussistenza, aiutano a combattere il cambiamento climatico e proteggono dai disastri naturali. Nei prossimi due anni si estima che i governi a livello mondiale spenderanno tra i 8 e i 15 triliardi di euro per riavviare l’economia mondiale, secondo un’affermazione del presidente dell’Istituto per le Risorse Mondiali (WRI per la sua sigla in inglese), un’economia mondiale che deve puntare  alla resilienza e a basse emissioni di carbonio. Bisogna dunque impegnarsi in una risposta poliedrica, che realizzi l’interazione di mercato, istituzioni, cittadinanza attiva (a livello individuale e organizzato in enti intermedi) e imprese responsabili. Il che rimanda a un modello di sviluppo dove si comprenda l’importanza della sostenibilità ambientale, portando avanti gli sforzi della realizzazione di una economia circolare, basata sull’efficienza energetica dei processi produttivi, l’utilizzo di fonti rinnovabili di energia ed il rispetto per le risorse naturali.

 

(*) Martina Dorigo è entrata a far parte del Fondo di Adattamento (Adaptation Fund) come Analista di programma nel febbraio 2017. Prima di questo incarico, Martina ha lavorato per oltre tre anni nell’Unità di resilienza del Programma per lo Sviluppo delle Nazioni Unite e per il Programma Alimentare Mondiale per l’Iraq ed El Salvador. Martina ha esperienza nella progettazione, implementazione e gestione di progetti di riduzione del rischio di catastrofi, resilienza climatica e sicurezza alimentare ed è autrice e coautrice di pubblicazioni e documenti di conoscenza sui cambiamenti climatici e la riduzione del rischio di catastrofi. Martina ha conseguito un Master in Relazioni Internazionali presso l’Università LUISS di Roma, Italia. Parla inglese, italiano, spagnolo e francese